EL CAMP DAL SORZ” o (EL CAMP DEL ZORZ)

L’avvenimento descritto è inquadrabile approssimativamente nell’intorno del 1610 e il protagonista sarebbe Giobatta Pederzini. All’epoca del fatto potrebbe essere stato signore di Castellano Felice Lodron oppure il suo successore Nicolò Lodron che prese possesso del feudo nel 1615.

Questa è appunto l’esistenza quotidiana anche di un contadino di Castellano che dovendo sopravvivere in quel contesto storico, non solo è privo degli strumenti giuridici per ribellarsi, ma nemmeno viene istruito, inconsapevole quindi dei suoi più elementari diritti e costretto pertanto a far appello alla sola benevolenza del potente e alla provvidenza divina: insomma una vita disperata e disperante!

Il racconto è suggestivo ed affascinante nel suo genere; immagino il lettore che decanta la poesia nei filò delle stalle di Castellano nella seconda metà dell’ottocento, al lume di una lampada  a petrolio o a quello di una candela, a grandi e piccoli in quel tempo non distratti dagli odierni mezzi di comunicazione, ma con la mente attenta  e fantasiosa nella ricostruzione mentale dell’evento, non solo dal punto di vista visivo ma anche olfattivo: non dimentichiamo che la fame è stata da noi una costante fino alla metà del novecento!

Il gatto del Conte Lodron era ammaestrato a rimanere indifferente all’ambiente circostante ed impassibile nella posa di tenere eretta con le zampe anteriori una candela accesa; ogni contadino di Castellano anelava di poter entrare nel castello per ammirare in azione quel meraviglioso animale che certo non assomigliava a quelli di loro proprietà, avvezzi solo alla caccia dei topi.

Il Pederzini si presenta al castello per la prova, rasato e vestito nella maniera più dignitosa che gli è consentita dalle proprie possibilità in modo da essere invitato sicuramente a cena. Il resto è abbastanza scontato, il Pederzini infatti, lasciando uscire dalla propria manica un topo ivi tenuto prigioniero, attiva l’istinto della caccia del felino che rincorre immediatamente la preda.

Anche il conte rimane stupefatto di tale talento e promette al Pederzini per l’indomani una ricompensa. Uscito dal castello, il nostro protagonista non sta più nella pelle ossia per il riguardo nei suoi confronti e per la promessa; inoltre nella notte non prende sonno al pensiero del dono che configura in qualche zecchino  o in una pecora o in una vacca oppure nell’ essere vestito a nuovo, somma sarà quindi la sua meraviglia quando il conte, superando tutte le sue aspettative, gli dà in regalo “el camp a Dos” che, a conservazione della memoria dell’accaduto da allora viene chiamato el camp dal Sorz”.