VIDEO STORICI
Lago di Cei
Pattinando in Cei 1982
Cei e Bordala - Attilio Lasta, anni "70
Castellano - 1955
“EL CAMP DAL SORZ” o (EL CAMP DEL ZORZ)
L’avvenimento descritto è inquadrabile approssimativamente nell’intorno del 1610 e il protagonista sarebbe Giobatta Pederzini. All’epoca del fatto potrebbe essere stato signore di Castellano Felice Lodron oppure il suo successore Nicolò Lodron che prese possesso del feudo nel 1615.
Questa è appunto l’esistenza quotidiana anche di un contadino di Castellano che dovendo sopravvivere in quel contesto storico, non solo è privo degli strumenti giuridici per ribellarsi, ma nemmeno viene istruito, inconsapevole quindi dei suoi più elementari diritti e costretto pertanto a far appello alla sola benevolenza del potente e alla provvidenza divina: insomma una vita disperata e disperante!
Il racconto è suggestivo ed affascinante nel suo genere; immagino il lettore che decanta la poesia nei filò delle stalle di Castellano nella seconda metà dell’ottocento, al lume di una lampada a petrolio o a quello di una candela, a grandi e piccoli in quel tempo non distratti dagli odierni mezzi di comunicazione, ma con la mente attenta e fantasiosa nella ricostruzione mentale dell’evento, non solo dal punto di vista visivo ma anche olfattivo: non dimentichiamo che la fame è stata da noi una costante fino alla metà del novecento!
Il gatto del Conte Lodron era ammaestrato a rimanere indifferente all’ambiente circostante ed impassibile nella posa di tenere eretta con le zampe anteriori una candela accesa; ogni contadino di Castellano anelava di poter entrare nel castello per ammirare in azione quel meraviglioso animale che certo non assomigliava a quelli di loro proprietà, avvezzi solo alla caccia dei topi.
Il Pederzini si presenta al castello per la prova, rasato e vestito nella maniera più dignitosa che gli è consentita dalle proprie possibilità in modo da essere invitato sicuramente a cena. Il resto è abbastanza scontato, il Pederzini infatti, lasciando uscire dalla propria manica un topo ivi tenuto prigioniero, attiva l’istinto della caccia del felino che rincorre immediatamente la preda.
Anche il conte rimane stupefatto di tale talento e promette al Pederzini per l’indomani una ricompensa. Uscito dal castello, il nostro protagonista non sta più nella pelle ossia per il riguardo nei suoi confronti e per la promessa; inoltre nella notte non prende sonno al pensiero del dono che configura in qualche zecchino o in una pecora o in una vacca oppure nell’ essere vestito a nuovo, somma sarà quindi la sua meraviglia quando il conte, superando tutte le sue aspettative, gli dà in regalo “el camp a Dos” che, a conservazione della memoria dell’accaduto da allora viene chiamato “el camp dal Sorz”.
El camp del zorz (Commedia)
LA MACHINA DA BATER - (trebbiatrice)


“Macchina da Bater”
di inizio ‘900 proveniente dal vicentino
“machina da bater” (trebbiatrice) fu utilizzata a Castellano dal 1935 circa, fino al 1958. Veniva collocata in questa piazza detta “al Barc”allora più estesa; strada e attuali giardini erano un unico luogo. L’ultima “machina da bater” posizionata qui fu quella della S.A.V. (Società Agricoltori Vallagarina) che a turno serviva i vari paesi della valle. A Castellano si fermava per diversi giorni.
In paese si producevano fino a 1000 quintali di frumento. Dopo la 2° Guerra Mondiale la produzione andò scemando sempre più fino a sparire verso il 1960.
Alla “machina da bater” vi lavorano più persone, in alto si introduceva il frumento essiccato, dalle aperture in basso uscivano i chicchi di grano puliti (ventilati e setacciati) e la paglia da legare in balle. Il tutto era mosso da una trattrice per mezzo di lunghe e pericolose cinghie piane in cuoio.
In paese antecedentemente alla “machina da bater” dagli inizi “900 agli anni “30, un contadino el Lino Manica – Bortolin possedeva un macchinario mosso inizialmente a forza di braccia e successivamente da un motore elettrico (l’elettricità a Castellano dal 1922) e con questa prestava opera in paese.
Prima ancora si usava “el zerciar” (correggiato): un manico in legno di circa 1,5 metri a cui era unito per mezzo di uno snodo in cuoio un legno cilindrico di circa 6 – 9 cm e lungo 60 – 80 cm che fungeva da massa battente. Sulle “ere”(aia coperta) si metteva il frumento essiccato, roteando “el zerciar” lo si batteva ripetutamente distaccandone così i grani da (qui “machina da bater”) tolta la paglia, rimanevano a terra le granaglie che venivano pulite con “el draz”(setaccio) buttandole in aria, all’aperto nei giorni ventosi. L’aria portava via la pula (parti volatili) e nel setaccio ricadevano le granaglie. Vibrando energicamente “el draz” si puliva ulteriormente il grano. Con la “machina da bater”si svolgevano tutte queste operazioni.
Il grano insaccato era poi portato a “masnar” (macinare) nei vari mulini del fondovalle. Ultimo mulino del paese fu quello di “Cavazim” abbandonato definitivamente nel 1929-30. In loco esistevano altri tre mulini a “le Val” sotto “Marcojano” dismessi tra il 1850 ed inizi ‘900.



Intervista di F. Graziola a Vigilio Pederzini (classe 1910) nel 2003
EMIGRAZIONI DAL PAESE

Aliprando Pizzini in Brasile. (1856 – 1910)
(uno dei primi emigrati poi ritornato in paese)
Link: Emigrazioni dal paese
ARTICOLO COMPLETO SUL GIORNALINO EL PAES DE CASTELAM N°4 (pag. 7)
link: https://donzanolli.it/wp-content/uploads/2024/08/El-paes-4.pdf
Silvia Luzzi, deceduta in (U.S.A) nel Connecticut il 5 maggio 1916.
Loredana Cont - Monologo emigrati, teatro di Castellano agosto 2006
PROCESSIONI delle ROGAZIONI

Chiesetta in Nasupel
Processioni delle Rogazioni
a cura di
Don Domenico Zanolli (1810-1883) Curato di Castellano dal 1842 al 1878
Le Processioni delle Rogazioni una volta si facevano a grande distanze ed era perciò necessario che i processionanti giunti al luogo dell’assegnata stazione, venissero rifocillati con qualche conforto, perché avessero fiato per ritornare al loro paese come praticavasi anche a Castellano. Dall’ispezione da me fatta di alcuni legati pii, e dei conti di questa Comunità io credo di poter determinare con sicurezza le tre stazioni che sono le seguenti:
1.- La stazione della prima Rogazione era Brancolino, ove una volta trovavasi il Convento dei Padri Minori Conventuali di S. Francesco. Di ciò mi fa fede un legato di Antonia vedova di Pietro Antonio dal Tovo dei 19 aprile 1628 in cui lascia per due anni dopo la sua morte uno staro di frumento ridotto in pane; ed uno staro di vino da distribuirsi a quelli che accompagnano la processione quando vanno a Brancolino. Un’altra prova di questa processione a Brancolino dalla memoria relativa alla Croce innalzata a Campiam il 5 maggio 1698, la quale dice che da Nogaré fu portata processionalmente a Castellano, mentre si tornava da Brancolino colle Rogazioni. Da quell’epoca si continuò senza interruzioni la detta processione cola distribuzione de’ pii legati, che col tempo s’erano accresciuti fino all’anno 1847 che fu l’ultimo, quantunque negli ultimi tempi raffreddatasi l’antica divozione, la distribuzione dei legati era di spesso occasione di disordini, dei quali io stesso fui testimonio. Si distribuiva pane e vino a Brancolino, pane e vino si distribuivano a S, Lucia forza del legato Lodronio, il qual ultimo torchiato per speculazione degli amministratori, bevuto nell’ora più calda, e con poca misura, era causa in qualcuno, e specialmente in donne, che dovessero togliersi dalla processione e provarne quelle sinistre che provocano derisioni, Scandali.
Il curato Don Nicolò Smelzer avea tentato di togliere un tal abuso, ma inutilmente, che i Castellani si rivolsero all’Ordinariato per conservare i loro diritti; solamente quando nell’anno 1848 sortì la legge della reluizione de’ livelli stortamente si compresero in quella anche i legati, onde i Castellani fatti accorti, che il loro viaggio sarebbe stato senza materiale compenso, unanimemente risolsero di abbandonare la processione di Brancolino, che contava più secoli, e sostituirono quella che s’usa al presente di far un giro alla campagna, e al ritorno visitare la Chiesa della Madonna delle Grazie, e celebrarvi la Messa, la qual risoluzione con qual cuore fosse accolta dai sacerdoti di Castellano si può immaginarlo, senza descriverlo.
Nella prima Rogazione si cantano i quattro Vangeli cioè il 1° alla Marogna di Barco, 2 °sul Dosso in fondo a Barco, 3° in Trevie, 4° alla Croce dell’Ischia.
2.- La seconda stazione delle Rogazioni era la Chiesa di S. Martino. Trovo appoggio alla mia asserzione nel testamento di Bartolomeo Pizzini di Cei del 2 aprile 1652 in cui ha ordinato che per quatt’anni susseguenti la sua morte sia distribuito uno staro di frumento ridotto in pane a quelli che accompagneranno la processione che va a S. Martino. Questa processione continua anche al presente, ed hanno l’obbligo di distribuire uno stajo frumento ridotto in pane alternativamente le due famiglie Domenico Manica Filoso ed eredi fu Gio. Batta Manica Filoset, così pure la Messa. Trovo confermata questa processione anche dai conti della Comunità del 1708 in cui si espone una piccola spesa in regalie a quelli che portavano i Confaloni. Ora il secondo giorno delle Rogazioni si va invece in Nasupel, ove la chiesa distribuisce il pane ai processionanti.
Nella seconda Rogazione si cantano i quattro Vangeli. 1° alla Calcara dell’Eredi, 2 ° al Faggio Rosso, 3° alla Croce della Lasta, 4° alla Croce in Campiam.
3.- La terza Stazione delle Rogazioni era la Chiesa di S. Pietro a Nomi. Oltre il citato testamento di Bartolomeo Pizzini di Cei, in cui si legge che lascia per quattr’anni uno stajo di frumento ridotto in pane a quelli di Castellano che vanno processionalmente a Nomi lo prova pure il testamento di Margherita vedova di Valentino Manica fatto li 6 marzo 1676, in cui ordinò, che per 25 anni venga distribuito uno stajo frumento ridotto in pane nel giorno, che si va alle Rogazioni a Nomi. Inoltre nei conti della Comunità trovo che nell’anno 1725 fu incontrata la spesa di Troni 12 per pane, e vino da distribuirsi per carità all’occasione che si va colla processione a S. Pietro di Nomi il giorno delle rogazioni, la qual spesa fu rinnovata nell’anno 1729, e susseguenti coll’indicazione del giorno che era il terzo delle Rogazioni. La causa della soppressione di questa processione non so attribuirla, che alla sovverchia distanza, l’epoca dev’essere stata in sullo scorcio del secolo passato, giacché ho trovato a Nomi una vecchia nonagenaria che valse a convincermi di aver ella più volte veduta questa processione. Ad essa ora fu sostituita quella di S. Martino.
In essa si cantano i soliti quattro Vangeli. 1° a Marcojam, 2 ° al Cap. di Doera, 3° al Capitello alla Cà, 4° alla Fontana Daroz.

Altare al "Barc" - anni 30/40
LE STALE DE CASTELAM (el Filò)

Disegno di Moreno Anzelini

Olimpia Miorandi (1996)
Link: Le stale de Castelam
Dai racconti di Vitalina Graziola
ARTICOLO COMPLETO SUL GIORNALINO EL PAES DE CASTELAM N°15 (pag. 44)
Link: https://donzanolli.it/wp-content/uploads/2024/08/El-paes-15.pdf
CARNEVALE A CASTELLANO
Manifestazioni carnevalesche a Castellano
(di Ciro Pizzini)
Anche se senza dubbio le manifestazioni saranno state organizzate pur con le poche risorse a disposizione, non disponiamo di testimonianza né orale né fotografica per il periodo fino al 1945; negli anni ’50 ricordo che veniva approntata all’aperto una provvidenziale stufa con cui si preparavano gli spaghetti ossia “i bigoi” distribuiti però solo alle persone che organizzavano la festa.
Ho netto il ricordo dell’anno 1954, allora avevo sei anni, con la stufa fumante in una piazza Barco invasa dalla neve perché allora le nevicate erano molto copiose; veniva pure allestita una grande slitta dotata di improvvisata copertura con telo e frasche, in cui trovavano in genere posto coloro che ormai avevano abbondantemente superato il ragionevole tasso alcolico. La slitta veniva trainata e spinta da uomini lungo un pezzo di strada del paese e a tal proposito rammento con chiarezza come la resistenza all’avanzamento in alcuni tratti ostici, offerta da un manto nevoso non compiutamente rimosso dalla “rotta”, richiedesse particolari sforzi ed invettive varie.
Anche gli uomini, e sottolineo uomini perché allora le donne non partecipavano alla baldoria, erano mascherati alla bene meglio, ossia alla “vate ciava” soprattutto per la mancanza di indumenti idonei allo scopo, ma importante era festeggiare il carnevale; mi sovviene ora il particolare di un tale che si era trasformato in un infante coricato all’interno della slitta, in un giaciglio dotato di coperte di lana, con in testa una cuffietta e in bocca un succhiotto applicato ad un bottiglione di vino.
A fine giornata, in genere il sabato grasso, i partecipanti, ebbri e quindi molto euforici, si rifugiavano nelle stalle per concludere, in bellezza con il filò, quel convulso e insolito rito…
ARTICOLO COMPLETO SUL GIORNALINO EL PAES DE CASTELAM N°16 (pag. 5)
link: https://donzanolli.it/wp-content/uploads/2024/08/El-paes-16.pdf

Intervista alla Regina Bigolina (a cura di Silvano Manica)
Un particolare ringraziamento a Silvano Manica per le foto e il video a ricordo del Carnevale.
CASTELLANO E LE SUE STREGHE
CASTELLANO E LE SUE STREGHE
Corre l’anno 1646 quando il 27 novembre ha inizio nel pretorio di Nogaredo il celeberrimo processo di stregoneria che vede coinvolte, oltre alle protagoniste del fondovalle, anche tre donne di Castellano:
Ginevra Zampiccoli detta Chemolla
Caterina Barona detta Fitola
Caterina Pederzini – Graziadei
tutte imputate come streghe; le prime due saranno decapitate e poi messe al rogo, la terza condannata al perpetuo esilio.
Per la comprensione di questo evento giuridico, tanto assurdo nello svolgimento quanto tragico nella conclusione, necessita inquadrare il periodo storico nel quale gli infausti avvenimenti sono accaduti.

1647 Libro dei morti – Villa Lagarina
ARTICOLO COMPLETO SUL GIORNALINO EL PAES DE CASTELAM N°10 (pag. 30)
LINK: https://donzanolli.it/wp-content/uploads/2024/08/El-paes-10.pdf
Musica e voce: Claudio Tonolli – testo: Ciro Pizzini (BATISTA & Gomol) video: Walter Pichler
EL REMIT DE SAN MARTIM
La chiesa di S. Martino (Trasiel)
La chiesa di S. Martino di cui abbiamo fatta menzioni fin dal principio di queste memorie ha annessa un’abitazione che anticamente avrà servito di canonica, e più tardo servi da romitaggio. Io no so dire quando i romiti abbiano cominciato ad abitarla, so però certo che nell’anno 1644 v’era quale eremita certo Bortolo Graziadei di Pedersano, e posso dirlo con precisione perché ai 13 di aprile di quell’anno entrò in questa Confraternita del Santissimo Sacramento trovando registrata col titolo di Padre Bortolo Graziadei.
Bisogna che questi eremiti colla loro condotta di vita sapessero guadagnarsi la stima del pubblico, poiché trovo che le stesse Comunità si sono prestate a loro vantaggio, come si può dedurlo dal seguente Documento.
Nel nome di Dio 24 ottobre 1697 in Pomarolo.
Qui personalmente presenti li Magnifici Deputati del Comun Comunale cioè Gio Batta Fontana, Cristoforo Molinari, e me Lorenzo Caracristi volendo dare esecuzione al decreto seguito in Regola generale sotto li 25 agosto anno presente, col quale fu stabilito, e decretato con pieni voti di tutti li Massari delle ville esteriori, giurati, e deputati di Pomarolo dover assegnare coll’aggregare al Romitorio di S. Martino il Dosso che cinge l’andetto Romitorio, parte arativo, parte zappativo, boschivo, e cengivo col quale possi l’Eremita che è, e sarà di tempo in tempo con maggior comodità sostentarsi, e mantenersi e particolarmente per aver legni a suoi bisogni, atteso che sono stati distrutti gli altri boschi, e perciò hanno voluto abbracciare detto Eremita presente, e successori con donargli il presente Dosso, al quale confina verso al Prà del Rover il Cronello vicino alla stradella del Coelatto, ove nel medesimo vi è affissa una croce grande e due piccole, e da ivi discendendo per la detta stradella fino alla strada, che porta al suddetto Eremitorio, andando a dirittura esclusi li casali al principio dei quali si vede una croce nel crozo grande, e andando da detta croce a dirittura fino al detto Crozo seguendo sino alla Fratta del Sabiom posseduto da Bartolomè Cavaler, in cima alla medesima vi è un’altra croce affissa nel cengio nativo poco alta da terra, e da quella andando drio la Fratta di Simone Cavaler in cima della quale si vede un’altra croce a pié del cengio nativo, e da ivi drio il sentiero che porta al Cronello antedetto del prà del Rovro vicino al Coelat fra li quali confini resterà come resta a detto Eremitorio, di qual nazione e aggregazione ha qui il presente Reverendo Eremita Fra Carlo Camelli accettato per se, e successori suoi. Rinunziando li detti Deputati al dire non aver fatta la presente donazione, e di non aver fatta personalmente l’antedetta assegnazione, e terminazione come nel presente di ordine anco di tutti gli intervenuti Massari del Comun Comunale ante citato dando e concedendo all’antedetto Reverendo Padre Eremita di andare al corporale ed attuale possesso in forma e promettendo detti Deputati di non contraffare, né contravvenire alla presente donazione; ma quella resti sempre ferma, nuta, e gruta senza alcuna contradizione, obbligando li beni presenti, e venturi … …
Intanto il povero Eremita mercé la largizione della Comunità presso cui dai titoli, che gli vengono attribuiti, si può vedere in quale stima fosse tenuto, aveva con che provvedere ai propri bisogni, e avrà benedetto alla loro generosità con sensi di gratitudine.
Probabilmente fu a lui successore Giacomo Baldessari, il quale ricercato li 22 agosto 1717 nell’età d’anni 76 ebbe a certificare, che la comunità di Castellano dopo il giorno di S. Lorenzo era stata a pascolare coi propri bestiami nei prati di Dajan e Marcojan, disposto a comprovarlo col suo giuramento.
La sua grave età ci fa conoscere che dopo di lui ci deve essere stato qualche altro, che occupasse quel posto pria che fosse investito il nostro Eremita di Castellano Lorenzo Pizzini. Egli era nativo di questo paese, ebbe i suoi natali lì 21 agosto 1718 da Gio Batta e Caterina. In qual anno si fosse ritirato a S. Martino nol so, so d’aver parlato con chi si ricordava con quanto studio teneva coltivati quei suoi campicelli, ricordo d’aver sentito a Pedersano che egli si portava colà ogni seconda domenica del mese, e in qualità di crociferario assistesse alla Processione del Santissimo Sacramento, siccome quella sua Chiesa era sotto la Cura di Pedersano, e so finalmente, che gravemente ammalatosi nel remitaggio fu di là trasportato a Castellano, dove trovo registrata la sua morte avvenuta lì 19 Aprile dell’anno 1779 qualificandolo qual Eremita di S. Martino, che fu questi che compié la serie dei Eremiti.
La comunità di Pedersano ai 3 Maggio 1789 cesse a titolo di livello infrancabile questo Dosso di S. Martino a Domenico qm. Antonio Sguaizer di Pedersano a condizione, che debba far celebrare la Messa il secondo giorno delle Rogazioni con Troni 4½ coll’obbligo di restaurare e mantenere la Chiesa e il Romitorio senza demolire cosa alcuna di vecchio, ne dar ricovero a cacciatori, e inoltre soddisfacendo a due livelli, l’uno verso il Palazzo di Nogaredo, l’altro verso la Chiesa di S. Lazzaro de Pedersano impostanti annui Troni 5 ½nell’anno 1816 anno di carestia la famiglia Sguaizer –Jaccom- lo cesse a Don Giuseppe Costa già possessore del Maso al Prà dall’Albi cogli stessi gravami, colla misera ricompensa d’una soma di giallo, Dal di lui eredi questo livello fu reluito contro il pagamento di Fiorini 24 “26¼ VVMC il 1° Settembre 1851.
La famiglia dei Costa di Piazzo, che attualmente possiede S. Martino dovrebbe considerare, se ha potuto avere a si scarso prezzo quel Dosso, di cui prima erano investiti gli Eremiti, le incombe il sacro santo dovere di mantenere in buon stato la Chiesa, il Romitorio, obbligo che apparisce chiaro e patente dal documento, e che l’esporta al sicuro pericolo d’imminente rovina non solamente appalesa la propria taccagneria, ma mostra ancora la sua ignoranza, mentre questa è forse la chiesa più antica di tutta la valle, e quindi forniti di mezzi e senza eredi dovrebbero fare per amor della storia quello che le la giustizia prescrive, e comanda. Mi reca poi meraviglia come il Comune di Pedersano, che è fornito dei documenti opportuni lasci neghittoso trascorrere il tempo, senza valersi dei suoi giusti diritti per costringer quella facoltosa famiglia a pronto adempimento del proprio dovere (in parte Costa) riassunzione del fondo (da parte del Comune) per impedirne la minacciante rovina, il che sarebbe per lui più utile, e decoroso.
Ai 13 agosto la Comunità mandò un Massaro a S. Martino ad avvertirne l’Eremita, che il giorno seguente i Castellani sarebbero colà giunti colla processione per implorare dal cielo la pioggia a motivo della siccità, il quale avviso avrà voluto importare, che debba esservi presente l’Eremita, ma che debba convenientemente apparecchiare la Chiesa.
Ai 24 Gennaio 1694 la Chiesa fece consacrare l’Altar maggiore onde s’incontrò una spesa per il pranzo al Sig. Conte Arciprete, ed altri Reverendi Sacerdoti, e con essi fu pure banchettato l’Eremita.
Aggiungo il documento dei 22 Agosto 1717 redato in Villa dal pubblico Notajo Adamo Alberto Madernini relativamente alla testimonianza fatta da Giacomo Baldessari Eremita di S. Martino.
Qui personalmente costituito Giacomo Baldessari di Pedersano Eremita di S.to Martino dell’età d’anni 76 circa attesta e fa sincera indubitata fede qualmente gli uomini della Comunità di Castellano da trenta anni in qua principiando al giorno di S. Lorenzo sieno sempre andati con loro animali a pascolare nelli prati di Dajan, e Marcojan, e ciò per avere veduto con propri occhi essendo stato affittalino per anni 12 di detti luoghi di Dajan, e Marcojan.
Item attesta siccome avanti d’anni 30 abbi inteso dire da altri che detta Comunità di Castellano abbi la ragione di poter andare a pascolar in detti prati ed effettivamente aver la medesima Comunità adoperata detta ragione ed esser andati gli uomini di detta Comunità ogni anno a pascolare e principiando sempre il giorno di S. Lorenzo.
E che per esser la pura verità l’ha conprovato col suo giuramento quod prestitis tactis … offerendosi comprovarlo avanti chiunque Giudice e Magistrato
Note a Margine.
Nella solennità di S. Lorenzo 1742 l’eremita è stato invitato a pranzo in casa Pederzini, ma la memoria non fa menzione del di lui nome
- N. N. Eremita di S. Martino. Fu qui testimonio ad un matrimonio 25 Giugno 1636. Registri di Castellano.
- Bortolo Graziadei Eremita entrò in questa Confraternita 3 Aprile 1644 morì nel 1657. Dal Registro di Villa.
- Bortolomeo Cavalieri di Pedersano Eremita morì d’anni 80 dopo molti anni di vita eremitica nel 1684. Registro di Villa.
- Simone Ferrettino di Gardumo Eremita morì a Pedersano 20 Marzo 1693. Dal Registro di Villa.
- Carlo Camelli Eremita investito del Dosso 1697, 22 Ottobre.
- Illarione Sparamani Eremita. Testimonio al Documento Grandi nel 1711.
- Giacomo Baldessarelli Eremita da una testimonianza che tengo del 1717. Fu avvertito da questo Massaro 13 Agosto 1719 della processione per la siccità.
- Matteo Lorandi Eremita. Dai Documenti di investitura.
- Andrea Zandonai Eremita. Dai Documenti di investitura. 1742 invitato a pranzo in casa Pederzini da S. Lorenzo.
- Antonio Agostini di Pedersano Eremita. Dai Documenti di investitura. 1745 gli 11 Febbraio. Ex decreto Curia.
- Lorenzo Pizzini di Castellano divenne Eremita dal 12 Maggio 1758, morì a Castellano 19 Aprile 1779 ultimo degli Eremiti.
ARTICOLO COMPLETO SUL GIORNALINO EL PAES DE CASTELAM N°12 – (pag. 6)
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Anche a Castellano, benchè appartenente al Comune catastale di Pedersano, siamo particolarmente affezionati a San Martim sia per la vicinanza del luogo che consentiva anche in un recente passato lo svolgimento delle Rogazioni, sia per il profondo senso di pace che la località espande, sia perché anche un eremita di Castellano, e precisamente l’ultimo, vi dimorò nel 1700. Il testo immagina le emozioni e le suggestioni che il visitatore avverte quando transita presso la rustica chiesetta avvolta dalla vegetazione di pini, faggi, frassini… e che domina, nel silenzio, la sottostante valle…; è quasi un monito ad alzare lo sguardo al di sopra delle nostre umane miserie… per cercare …conforto in Dio!
BUS DE LA VECIA
Tutti a Castellano conoscono il “Bus del la vecia”, tutti sono rimasti suggestionati da quell’aria di mistero che l’aspra valle…la roccia….l’antro….incutono per la posizione…e per la leggenda tramandata di quella strega che anticamente avrebbe trasportato persino l’acqua con delle ceste! Sono storie che affondano la loro origine probabilmente al tempo della caccia alle streghe che vide coinvolte nel 1600 anche tre sventurate e innocenti donne di Castellano. Così la nebbia che in maniera ricorrente avvolge il “Bus de la Vecia” impedendone la visione, è allegoricamente la stessa che offuscava le menti ingenue della gente del paese che era indotta a credere all’esistenza delle streghe; la musica ha tonalità misteriche…suggestive e prorompe in un anelito liberatorio verso una serena visione di quella natura cui dobbiamo inchinarci con l’animo desideroso di armonia e con la mente finalmente sgombra dalle follie di assurde credenze.
ARTICOLO COMPLETO SUL GIORNALINO EL PAES DE CASTELAM N°5 (pag. 45)
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https://www.youtube.com/watch?v=6dxhOmXBrOk





























































